La fuga delle truppe nazifasciste da Piacenza attraverso il Po

Negli ultimi giorni d’aprile, sospinte dagli Alleati a Sud del Po, le truppe tedesche mettono in atto l’ordine di ritirata generale dato il 20 aprile dal generale Heinrich Von Vietinghoff-Scheel, comandante del Gruppo di Armate C, dopo che gli Alleati hanno tagliato la via Emilia minacciando l’accerchiamento delle truppe germaniche. Molti uomini vengono catturati o perdono la vita: a metà maggio del ’45 solo 176.401 soldati dei 439.334 del Comando supremo Sud-Ovest avranno raggiunto l’Alto Adige.

A Piacenza, dal 24, rafforzati i posti di blocco con armi automatiche pesanti, fascisti e tedeschi hanno l’ordine di resistere per consentire ai reparti in ritirata da oriente di oltrepassare il Po, martellato dai bombardamenti alleati che hanno distrutto tutti i ponti: l’ultimo arduo ostacolo prima di guadagnare la via del Nord.

Dal 23 al 25 aprile 1945 i primi contingenti tedeschi riescono a superare il fiume, muovendosi soprattutto di notte per evitare gli attacchi aerei, sotto il controllo di sottufficiali della Feldgendarmerie, della Wehrmacht e della Kriegsmarine. Il passaggio del grosso delle forze armate tedesche avviene tra il 26 e il 27 aprile attraverso i ponti di barche e i traghetti, allestiti vicino a Parpanese di Castel San Giovanni, Valloria di Calendasco, tra Gerbido e Mortizza e Roncarolo.

Dietro di loro e se autorizzati dagli alleati germanici, attraversano i fascisti appartenenti alle strutture militari e di partito insediate sul territorio, a diverse Brigate nere di supporto e a quelle provenienti dalla centro Italia dopo la Liberazione e, dal febbraio del ’45, la 29° Waffen-Gren.Div.d.SS, Kampfgr. “Binz”, che costituisce, con circa 2500 effettivi, la maggior forza repressiva di tutta la provincia e alle cui dipendenze tattiche sono state poste le truppe nazifasciste territoriali. Tra il 25 e il 28 aprile il Kampfgruppe Binz controlla il passaggio del Po e il transito verso il Nord delle truppe tedesche in ritirata, che subito dopo segue con i soldati sotto la sua autorità.

Dal 26 mattina, mentre la radio ripete l’ordine di insurrezione generale, i responsabili del fascio locale si sono preparati alla fuga dopo essersi asserragliati a Palazzo Farnese e nelle vicine caserme di piazza Cittadella. Il Capo della provincia Alberto Graziani ha rifiutato le offerte di resa inviategli dal comando partigiano di zona. Secondo le testimonianze, il folto gruppo di fascisti piacentini che traghettano il 26 aprile sono “una colonna armata fino ai denti, dotata di autoblinda”. Oltre il Po, non trovano una situazione facile da affrontare. I paesi e le campagne del lodigiano, dove operano le formazioni locali della Resistenza e combatte anche la Brigata Oltrepò della Divisione Piacenza che aveva traghettato con alcuni barconi del Genio pontieri sottratti dai sapisti, sono investiti dal transito delle colonne in fuga. I rappresentanti dei Cln del basso lodigiano hanno già preso possesso durante la giornata dei municipi abbandonati dai Repubblicani, ma la situazione è molto difficile da governare. I tedeschi, che superano i paesi in lunghe colonne con mezzi e armi pesanti, vogliono procedere speditamente verso il Nord e risparmiare mezzi e munizioni: minacciano di bombardare le case per aprire trattative con i comitati partigiani e ottenere il rilascio dei prigionieri e il materiale requisito. I partigiani, seppur in situazione di minorità tattica, tentano in alcuni casi di ostacolarne le manovre. Frequenti gli scontri e il numero di feriti e di vittime è molto elevato anche al di là del Po: da 25 a 76 persone, a seconda delle ricostruzioni, escludendo i partigiani caduti in combattimento.

Cercando di infilarsi tra i tedeschi o subito in coda, don Nunzio Grossi di Casalpusterlengo testimonia di “un fortissimo gruppo di fascisti usciti da Piacenza […] bene armato e dotato anche di autoblinda, ma in preda alla confusione e privo di comando unitario” che, in seguito ai mitragliamenti degli Alleati allertati dai partigiani, si disperde in piccoli gruppi. Il Capo della provincia di Piacenza, Alberto Graziani, viene fermato nel tentativo di fuga nei pressi di Fombio, dopo aver rifiutato un’estrema mediazione del religioso del paese. Consegnato ai partigiani piacentini sarà giustiziato presso il cimitero di Piacenza con altri undici fascisti il 1° maggio 1945 nei giorni della “resa dei conti”. Alcuni uomini e donne, liberatisi di armi, abiti e segni di appartenenza alla Rsi, si consegnano il giorno seguente con le mogli e le figlie dei fascisti in fuga al parroco di Casalpusterlengo per trovare rifugio presso l’Eca; saranno processati senza gravi conseguenze. Altri ancora riusciranno a raggiungere varie destinazioni al Nord. Il 27 aprile, il clima di esasperazione e vendetta causa invece la fucilazione davanti al santuario dei Cappuccini e alle finestre antistanti dell’Ospedale Bortolo e Angelo Rossi di Casalpusterlengo, dove sono ricoverati i tanti feriti dei combattimenti dei giorni precedenti, di un gruppo di quattro donne (due sono inoltre le disperse e tre le sopravvissute) del Servizio ausiliario femminile (Saf) di Piacenza e di cinque militari della X Compagnia di Sanità provenienti dall’Ospedale militare di Piacenza, catturati durante il tentativo di fuga da un posto di blocco partigiano. Il 25 aprile 1945, il Clnai aveva emanato l’ordine di insurrezione generale, che all’art. 2 istituiva i Tribunali di guerra in ogni Provincia, con il compito di giudicare i militari colti inadempienti all’obbligo di consegnare le armi e recarsi ai campi di concentramento, da considerare “ribelli passibili di morte” e da passare per le armi sul posto.


A cura di

Carla Antonini, Elisabetta Paraboschi

Istituto di storia contemporanea di Piacenza

Data dell'evento

Da Giovedì, 26 Aprile 1945 a Venerdì, 27 Aprile 1945

Luogo dell'Evento


La fuga precipitosa delle truppe avviene attraversando il centro passando per via Risorgimento e poi raggiungendo lo scalo dei Pontieri sul lungo Po.

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