I combattimenti alla porta ovest della città e il concorso dei reparti americani e brasiliani
La direzione occidentale di marcia verso la città viene assegnata alla Divisione Piacenza di Fausto Cossu. L’8ª Brigata di Nico Rancati nella notte tra il 25 e il 26 aprile è a Casaliggio, dove il Trebbia è più facile da guadare, quando giungono improvvisamente due rombanti Spitfire, e uno, nonostante la stella bianca dipinta sul tetto, spara e colpisce in pieno un automezzo partigiano facendo esplodere le munizioni. A Gossolengo, raggiunta in mattinata, è allestito il Quartier generale della Divisione Piacenza. Alla presenza di “Fausto”, dei comandanti di Brigata Ludovico Muratori “Muro” dell’11ª, Enrico Rancati “Nico” dell’8ª e di Ginetto Bianchi e Orlando Vecchi, si determina il nuovo posizionamento di avanzata. L’11ª Brigata procede dunque fra Piacenza e Gossolengo, piazzando lenzuola bianche sui tetti per segnalare agli aerei che la zona è libera; a Quarto gli alpini della 7ª Brigata guidati da Cesare Annoni impegnano i tedeschi in una serie di scontri a fuoco alle porte della città, mentre altri scontri si verificano al Canale della fame e presso l’abitato di san Nicolò, dove perdono la vita due militi fascisti e l’addetto stampa della Prefettura di Piacenza, Andrea Rossi, riconosciuto e fucilato. Verso le 13:30 del pomeriggio gli uomini di Muratori incontrano una postazione difensiva tedesca al Belvedere: il medico Francesco Ricci Oddi, che accompagna il gruppo, tenta di indurre i tedeschi alla resa senza successo.
Nel pomeriggio, sotto a una pioggia battente, la I e II compagnia dell’8ª Brigata ed elementi della 4ª vengono accolti a sant’Antonio dalla popolazione festante. Da san Nicolò giunge un blindato seguito da un gruppo di soldati della 162ª Divisione Turkestan e della Rsi che sembrerebbe volersi arrendere, ma invece spara all’impazzata; alcuni partigiani si scaraventano in un canale di fianco alla strada, altri tentano di fuggire in direzione della ferrovia. Il brevissimo scontro termina con la ritirata del drappello nazifascista, ma si hanno ancora tre morti (Antonio Botti – medaglia d’argento al valor militare –, Giuseppe Corsi e un soldato turkestano) e due feriti.
Già dalla mattina, un ordine della missione alleata aveva raggiunto i giellisti della “Piacenza”, chiedendo di costituire una testa di ponte sulla riva sinistra del Po. A occuparsene sono i partigiani della 5ª Brigata guidata da Pippo Comolli: superato il Po, da San Nicolò raggiungono il Canale della fame nei pressi della polveriera (Pertite) sulla via Emilia Pavese, dove alle ore 9:00 incontrano un gruppo di carri armati americani. Alle 9:30 incomincia un furioso combattimento con le truppe tedesche asserragliate nello stabilimento militare che prosegue fino a sera. La tenuta nazifascista è strenua e ogni manovra di avvicinamento è ostacolata dai tedeschi che rafficano con una mitraglia da 20mm e illuminano i partigiani da bersagliare con il lancio dei bengala. Quattro i caduti dello scontro, oltre a due gravemente feriti, Bazzoni e Longhi: Domenico Dalla Fiore, Giovanni Taschieri, Remo Tamoglia, Francesco Possidenti. Nella giornata muoiono anche Giovanni Ferri, aggregato al comando della Divisione Piacenza, un russo, Gaspare Mamendorf, entrato nella Resistenza locale, come altri 500 disertori della Wehrmacht, provenendo dalle regioni meridionali dell’Urss e, nello scontro presso il traghetto di Calendasco con un reparto repubblicano, il garibaldino Carlo Agosti.
Quasi spettatori degli eventi rimangono gli americani. La 93ª Divisione proveniente dal parmense, dopo aver incontrato i partigiani, resta poche ore alla periferia di Piacenza, proseguendo poi verso l’Oltrepò pavese, mentre sopraggiungono il 135° Reggimento di fanteria della 34ª Divisione e l’11° Reggimento del Corpo di spedizione brasiliano in Italia, la FEB (Força Expedicionária Brasileira), la Divisione di fanteria brasiliana, che il 26 aprile riceve l’ordine di sbarrare il passo alle potenti forze nazifasciste in ripiegamento (148ª Divisione tedesca di fanteria al completo, una parte della 90ª Divisione Panzergrenadier e resti della Divisione fascista “Italia”): oltre 15.000 uomini giunti in ritirata dall’Appennino, decisi a combattere per la propria salvezza.
Il 27, mentre un carro armato americano e una pattuglia brasiliana perlustrano la direzione verso barriera Torino, due partigiane della Divisione – Teresa Triestini e Giovanna Passerini – che si avventurano in perlustrazione, vengono prese di mira dalla mitragliera che spara dalla torretta dell’Ina in piazza Cavalli. I partigiani dell’8ª Brigata avanzano in combattimenti sparsi di cascina in cascina: dalla cascina Perazzoli alla Biagina, e poi di nuovo al Quartier generale di Gossolengo in attesa dell’ordine finale di attacco. Ai vari avamposti partigiani attestati intorno alle mura cinquecentesche giungono finalmente squadre di sappisti, portando la notizia della ritirata dei tedeschi e dei repubblicani oltre il Po, ma informano anche che i cecchini fascisti si sono posizionati su tetti, abbaini, terrazzi, finestre. La città è quindi sgombra e più nulla divide i partigiani dalla loro meta. I sappisti, una quarantina di uomini in tutto, al comando di Piero Bettini, già presidiano l’arsenale, le centrali elettriche, il macello pubblico, i magazzini generali, l’officina gas e l’impianto idrico che viene sminato dagli ordigni piazzati dai tedeschi.
L’ordine di attacco previsto per le 13:00 viene superato dalla nuova situazione e così le Brigate sparpagliate fra Sant’Antonio e San Lazzaro muovono verso il centro, occupandolo fra le 7:00 e le 8:00 del 28 aprile 1945.
A cura di
Carla Antonini, Elisabetta Paraboschi
Istituto di storia contemporanea di Piacenza