La liberazione di Castel San Giovanni
Il 24 aprile 1945, nel corso dell’avanzata verso la città, un gruppo partigiano appartenente alle Brigate della Divisione Piacenza, con il compito di scendere in città dalla val Tidone e liberare i paesi del settore occidentale, compie una ricognizione verso l’argine del Po nei pressi di Pievetta-Bosco Tosca, di fronte alla riva lombarda. I partigiani assistono stupefatti allo spettacolo impressionante della disfatta del “Grande Reich”, rappresentata dalla ritirata, a volte ordinata, altre caotica, delle stremate truppe della Wehrmacht, che devono oltrepassare il fiume, mitragliate e bombardate incessantemente dagli arei alleati, lasciando morti e feriti sul suolo che avevano occupato, mentre di qua e di là dal ponte di barche, ai piedi dell’argine maestro, si incolonnano “centinaia di autocarri, carri, panzer, auto, moto, autoblinde e truppe con carriaggi stracarichi” (testimonianza del partigiano Roberto Zambianchi). Vi sono alcuni piccoli scontri e scaramucce fra partigiani e tedeschi in fuga; un bombardiere alleato centra anche l’abitato di Parpanese, provocando la morte del partigiano Elio Rossi
Dal tardo pomeriggio, gruppi di partigiani stazionano lungo le strade per Borgonovo, Ziano e Vicobarone, in attesa degli eventi a Castel san Giovanni. All’alba del 25 aprile, così come altri importanti esponenti locali del fascismo repubblicano, il ferroviere Angelo Silvotti, segretario politico del Fascio e commissario prefettizio, abbandona il paese in treno diretto a Milano, dove successivamente viene arrestato. A fine guerra, Silvotti è processato dalla Corte d’Assise Straordinaria di Piacenza come delatore di antifascisti e colleghi ferrovieri e condannato a 5 anni e 5 mesi, successivamente amnistiati; la denuncia presentata alla Gnr, che aveva causato il saccheggio del magazzino del maglificio della famiglia Pesaro, non è invece ritenuta sufficientemente dimostrata dalla Corte, lasciando senza alcuna riparazione morale la persecuzione subita dalla famiglia ebrea dei Pesaro e la deportazione ad Auschwitz della figlia Tina.
È la 2ª Brigata della Divisione Piacenza ad attaccare il presidio fascista di Borgonovo, costringendo alla fuga i militi e a giungere Castel san Giovanni da questa direzione, con i partigiani guidati da Italo Molinari – molti castellani tra loro (Italo Tosca, Ugo Solari, Pino Zangrandi, Giuseppe Venerando, Gianni Gobbi, Vittorio Dubini, Carlo Carli, Venanzio Tosca, Giuseppe Guasconi, Luigi Gallotta, Mendes Molinari) -, mentre un altro gruppo, al comando di Dante Daturi ed Eliseo Castellani, arriva da via Malvicino e altri ancora scendono da via Montanara. Accolti da una folla festante per la liberazione del paese, i partigiani, armati di mitra, moschetti e pistole, attraversano il centro cittadino senza incontrare resistenze e convergono sul Municipio nel palazzo Pretorio, per sancire il passaggio di poteri dal fascismo alle forze della Resistenza. Qui li raggiungono gli esponenti del Cln, che da tempo si riunisce in clandestinità intorno a Carlo Augusto Guelmi, con esponenti dei partiti antifascisti e dei comandanti partigiani. Tra loro, i socialisti Vittore Fellegara, Giuseppe Mezzavilla, Carlo Maffi e Pietro Lapace, i comunisti Giuseppe Torretta, Giovanni Quesami, Vittorio Piva e Giovanni Cavallotti, i democratico-cristiani Franco Giacoboni, Giuseppe Gibertoni, Luigi Olivieri e Giacomo Mori oltre ad alcuni indipendenti come Enrico Panni e Franco Munari. I vigili del Fuoco issano una grande bandiera bianca sul campanile della Collegiata per festeggiare la liberazione di Castel san Giovanni.
Per i partigiani della 2ª Brigata l’impegno non è terminato: hanno l’ordine di spostarsi in direzione della pianura, verso Calendasco, per impedire ai tedeschi in ritirata anche più a Nord-Est l’attraversamento del grande fiume.
A cura di
Carla Antonini, Paolo Brega, Elisabetta Paraboschi
Istituto di storia contemporanea di Piacenza